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3 gennaio 2018. SANTIAGO.

Un modo più originale per finire il 2017 e iniziare il 2018 non me lo sarei potuto inventare: a passeggio tra ospedali.

L’arrivo a Santiago, capitale del Cile, proveniente dalla Colombia, era stato tranquillo, l’accoglienza della famiglia presso cui avevo riservato una stanza caloroso e premuroso, mi avevano accompagnato all’appartamento dove avremmo dormito le notti successive, lasciandomi in mani altrettanto premurose, come avrei scoperto di lì a poco

Insomma mi accingevo ad accogliere le nuove compagne di viaggio, Cristina e Giorgia, in arrivo dall’Italia, e a festeggiare con loro il capodanno in piazza, tra fuochi d’artificio e musica per migliaia di persone.

Invece, a metà pomeriggio, nella piazza davanti al Palazzo della Moneda, sede della Presidenza della Repubblica Cilena, quasi mezzo secolo fa bombardato dai generali capeggiati dall’orrendo Pinochet per rovesciare il presidente eletto Salvador Allende, accade l’imprevisto.

Un velo, una sorta di tela di ragno, cala davanti al mio occhio destro, invano provo a rimuoverlo: il velo si trova all’interno dell’occhio!

Serve un immediato consulto di uno specialista, chiedo aiuto a Marisol, la padrona di casa, non ci vuole molto tempo per ritrovarmi in una clinica dove viene diagnosticata una distacco vitreo, meritevole di attenzione e di controllo nelle ventiquattro ore successive.

Quando torno a casa, Cristina e Giorgia sono già arrivate, dopo un lungo viaggio da Roma via San Paolo del Brasile,  pronte ad affrontare le nostre tre settimane in giro tra Cile e Bolivia.

Accogliamo il nuovo anno mescolati ai cileni in festa, lo spumante locale per fare il brindisi allo scoccare della mezzanotte, fuochi d’artificio spettacolari sparati dalle terrazze del grattacielo di una compagnia telefonica, allegria, la festa che va avanti tutta la notte nei pressi di casa fa da preludio ad una giornata di città deserta, in cui siamo padroni di strade e piazze.

Poi viene l’ora del controllo, l’oftalmologa fruga nell’occhio fino a che non mi comunica che la lesione rende opportuno un intervento di laserterapia.

Rassegnato, mi affido a lei per trovare il chirurgo in grado di effettuare l’intervento il più rapidamente possibile e finisco in un’altra clinica dove si dovrebbe agire immediatamente.

Ma è il 1° gennaio,  c’è il chirurgo ma non l’amministrazione, non si può fare il conto della spesa, prima paghi poi ti curano, tutto rinviato all’indomani, non resta che tornare all’appartamento, sempre accompagnato in auto dall’ormai inseparabile Felipe, compagno della figlia di Marisol.

C’è tempo per qualche passeggiata per la città, ordinata, grandi strade a senso unico, traffico scarso, qualche angolo suggestivo ma anche edifici fatiscenti, una zona moderna dove dominano grattacieli tra i quali il Costanera, il più del Sudamerica.

La mattina l’amministrazione può fare il conto, più o meno settecento euro, finalmente il chirurgo che si è reso disponibile in prima mattinata può intervenire, non ci sono problemi particolari ma…

Da ventiquattro ore ormai sono rimasto da solo, a Santiago, Cristina e Giorgia sono partite per il sud, laddove non andrò.

La mia esperienza sudamericana si interrompe bruscamente, troppo alto il rischio che non si possa intervenire tempestivamente qualora se ne manifestasse la necessità, visto che il programma prevede località amene ma logisticamente disagiate.

Ora attendo che l’assicurazione autorizzi e organizzi il viaggio di rientro, ma manca la certificazione che il mio stato di salute  mi permette di viaggiare: è stato più agevole organizzare ed effettuare un intervento chirurgico di quanto non lo sia ottenere in pezzo di carta.

E intanto Thelma e Louise vanno…

Buon viaggio a voi, chicas, viaggiate anche per me!

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27 dicembre. SAN GIL.

Doccia fredda refrigerante, letto in camerata confortevole, cibo ottimo; bisogna però ammettere che, dopo quattro giorni di questo menù, una doccia calda, un letto vero e un bel pranzetto al ristorante a San Gil non mi fanno rimpiangere troppo quel che ci siamo lasciati alle spalle.

Tuttavia quei giorni sulla Sierra Nevada sono stati magici.

Mentre in Italia stava per iniziare il tradizionale pranzo natalizio, al campo 3, ore sei di mattina, ci si avviava a compiere l’ultimo balzo per raggiungere la città perduta.

Milleduecento gradini di dimensioni irregolari, una scalinata in mezzo alla foresta, l’umidità a livelli inauditi, grondando sudore arriviamo felici alla meta agognata: Ciudad Perdida!
Una serie di terrazze circolari poste su livelli diversi, ogni terrazza ospitava una casa in legno, di cui ovviamente non sono rimaste tracce, il tempo e l’abbandono hanno cancellato quasi ogni segno della presenza della città che gli archeologi ritengono essere stata la capitale del popolo dei tayrona.

Case di abitazione o edifici destinati a cerimonie, ogni cosa è rimasta sommersa dalla vegetazione fino a che, a metà degli anni settanta del secolo scorso, cacciatori di reperti archeologici non hanno iniziato a trovarne e a farne razzia, prima che, diffusasi la notizia della scoperta della città, intervenisse il governo a prenderne possesso ponendo fine al saccheggio.

Nonostante oggi non siano visibili altro che le terrazze di pietra e i sentieri e le scale anch’essi in lastre di pietra che servivano per i collegamenti, il luogo emana un fascino misterioso: si può immaginare come, secoli addietro, piccoli indigeni si muovessero agili e apparentemente senza fatica su per le montagne, immersi in una natura dura ma al tempo stesso protettiva, dediti ad attività che, sempre a detta degli archeologi, li avevano portato a raggiungere un alto livello di civiltà e avanzate conoscenze tecnologiche.

Poi vennero gli spagnoli;  spinti sempre più a ridosso di montagne che qui arrivano oltre i cinque mila metri, i tayrona resistettero per decenni ai conquistadores ma dovettero abbandonare la città ritirandosi ancora più all’interno, finché se ne persero per sempre le tracce.

La nostra mattinata di Natale trascorre lassù, devi fare uno sforzo per ricordarti che è Natale, il berrettino rosso di Babbo Natale è l’unico collegamento con il resto del mondo, i telefonini tacciono, niente auguri da scambiare se non fra di noi, gli indigeni che vivono qui hanno altri pensieri per la testa, le loro giornate sono scandite dal sole, la divinità che li accompagna e li protegge ed alla quale sono devoti.

Le guide ci avevano prospettato l’ipotesi di un incontro con lo sciamano della tribù, l’autorità religiosa e sociale, ma non se ne fa nulla: lo sciamano ha bevuto, vizio che pare purtroppo assai diffuso, lo vediamo di sfuggita ciondolare e trascinarsi tra le capanne dove dimora con le due mogli e i quattordici figli, in quello stato non sarebbe in grado di raccontarci proprio nulla.

Raggiunta la metà, inizia il lungo ritorno, mezza giornata di cammino per arrivare al campo 2, la cena, la notte che viene presto, un riposo tranquillo e di nuovo in marcia, il giorno di Santo Stefano.

La natura intorno è bellissima e selvaggia, pochi spazi qua e là che gli indigeni hanno ricavato per le loro abitazioni e per coltivare quanto serve per vivere, lontani, dicono, i tempi della produzione della coca, il cielo si apre e si chiude sopra di noi, nuvoloni scuri e poi sole cocente, le energie ormai scarseggiano, i piedi non vedono l’ora di uscire dalle scarpe, gli zaini più pesanti che mai, gli indumenti indossati in  questi giorni fradici di sudore.

Dopo ore di sentieri si ritrovano tracce di modernità, le jeep ad attenderci, un ultimo pasto con i compagni di avventura, le foto finali con la birra per festeggiare, il congedo.

Santa Marta è il medesimo traffico, rumore, musica, gente, di quando l’ho lasciata, quattro giorni fa: la Ciudad Perdida è ormai lontana.

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26 dicembre. VERSO SAN GIL.

Fino ad una settimana fa, non avrei mai immaginato che il giorno di Natale, festa grande e compleanno, sarei stato in una località della Colombia chiamata Ciudad Perdida, nè tantomeno che ci sarei arrivato dopo quasi due giorni di cammino con la prospettiva di dover ritornare nella stessa maniera.

Invece è andata esattamente così.

Complici la bonaria insistenza con cui Savino, prima di tornare in Italia, mi ha spronato a cogliere l’occasione, il desiderio di affrontare una esperienza  particolare, la complessità di programmare in altro modo la settimana prima del passaggio in Cile, non ultimo il ricordo di Natali solitari non eccezionali, ebbene mi sono imbarcato in un’avventura da far tremare le gambe, almeno le mie.

La Ciudad Perdida è un sito archeologico che sta alla Colombia come Macchu Picchu sta al Perù: una città di epoca precolombiana, abitata da popolazioni indigene, nascosta fra le montagne, abbandonata per secoli e riscoperta nel secolo scorso, per diventare meta turistica di primo piano, sia pure meno conosciuta della celeberrima località peruviana.

A differenza di quella qui ci arrivi solamente con le tue forze, devi poter contare sulle tue gambe per lunghi chilometri (sono circa quarantotto in tutto) di saliscendi e, se non ce la dovessi fare, avresti come unica alternativa un pellegrinaggio a dorso di mulo.

Così si lascia Santa Marta, punto di partenza dei tour organizzati che hanno l’esclusiva delle visite al sito, un’ora di strada poi si abbandona il mondo: una strada sterrata, accidentata, dove passano i fuoristrada che ci portano fin dove ogni strada percorribile finisce dopo un’altra ora abbondante di scossoni.

Da lì siamo soli, diciassette avventurosi più due guide, un interprete che traduce dallo spagnolo all’inglese, due cuochi, in cammino, avendo come orizzonte montagne verdi senza fine.

Quattro ore il primo giorno, il pomeriggio, è l’imbrunire quando raggiungiamo il campo 1, un accampamento con alcune strutture, aperte sui lati, adibite a cucine, stanzoni per la ristorazione, letti a castello con zanzariere, bagni e docce.

Sei talmente accaldato e sudato che l’acqua fredda che scende dalla doccia, lungi dall’infastidirti, ti appare come un dono divino, ne esci rimesso a nuovo, la fatica pare non pesare più.

Si cena appena fa buio, alle otto si spengono le luci, l’accampamento diventa un dormitorio, la prospettiva di rimettersi in marcia all’alba del giorno successivo non invoglia nessuno alla trasgressione.

Un altro giorno di marcia e ci troviamo all’accampamento ai piedi della Ciudad Perdida.

Ci fanno compagnia lungo il percorso i rumori della giungla, uccelli che non si vedono, le canne di bambù che cigolano sotto la spinta del vento, i fiumi o torrenti che scendono dalla Sierra Nevada al Mar dei Caraibi, i campesinos impettiti e seri nelle loro bianche tuniche, tutte uguali, uomini, donne, bambini, capelli nerissimi, lunghi, i piedi nudi o sprofondati in stivaloni neri di plastica, buoni contro fango e guadi, abbondanti gli uni e gli altri.

È la vigilia di Natale, la Navidad dei Paesi di lingua spagnola si festeggia la sera del 24, la cena è normale ma arricchita da un vassoio di dolci e da due bottiglie di uno spumante di mele (mai bevuto nulla di così orrendo), col quale si brinda ad un compleanno poco desiderato.

L’eccitazione della meta vicina non dà insonnia, alle nove ce ne andiamo a dormire anche io e Marco, da Rivalta Torinese, guida turistica in accompagnamento ad un altro gruppo, mi offre una birra per festeggiare il mio compleanno, cosicché ci attardiamo un po’ più del solito a far chiacchiere.

Sarebbe il momento di dire della meta raggiunta, ma ormai è tardissimo per le abitudini ormai prese, quasi le ventitré, il bus corre verso sud, si dorme.

A domani.

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22 dicembre.MINCA.

“Nel corso degli ultimi anni questo incantevole villaggio è diventato una meta sempre più nota ai viaggiatori stranieri soprattutto fra i backpacker, desiderosi di sfuggire per qualche giorno al calore cocente della strada.” 

Le parole della guida Lonely Planet che parlano di Minca sintetizzano quelle che sono le caratteristiche di questo minuscolo paese che si raggiunge in poco meno di un’ora di bus arraccando su per la collina, lasciata Santa Marta.

A Santa Marta e Tatanga il caldo l’ha fatta da padrone in questi ultimi giorni.

Quando le notizie dall’Italia ci dicevano di temperature ben al di sotto dello zero e di un freddo ormai inusuale anche nel nord dell’Italia qui si boccheggiava, andando alla ricerca di refrigerio sulle spiagge della Colombia del Nord.

Trenta gradi, spiagge affollate,  famiglie di colombiani, pochissimi i turisti, Santa Marta non attira il turismo internazionale come la non lontana Cartagena, non vi sono particolari cose da vedere,  la bianca cattedrale non possiede nulla di memorabile, però questa città è la porta di accesso ad un parco nazionale che dicono essere molto interessante nonché alla mitica Ciudad Perdida.

Prima di partire per un trekking che in quattro giorni di cammino porta (spero anche me…) a raggiungere questa città scomparsa e ritrovata meno di mezzo secolo fa, rimasto orfano di Savino, ormai rientrato in Italia,  mi sono concesso un po’ di frescura qui ai bordi della Sierra Nevada di Santa Marta.

Nulla di trascendentale,  un piccolo villaggio,  una strada principale che si perde sulle pendici della montagna che portano alle fincas dove si coltiva il caffè, tanto verde, cielo azzurro, persone gentili che si mostrano felici di poterti aiutare, tante moto di piccola cilindrata a fare da taxi verso le località più remote.

Molti sono i turisti che arrivano fin quassù, l’ospitalità non manca, tanti hostal, prezzi contenuti e una atmosfera gradevole, musica la sera nei locali, cercare relax su un’amaca non è difficile con il rio che scorre pochi metri in basso e le foglie che si muovono leggere nella brezza pomeridiana.

Qui sono quasi le due del pomeriggio, per me è venuto il momento degli auguri di Natale, la strada verso la città perduta sarà silenziosa e solitaria.

Buon Natale!

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18 dicembre. SANTA MARTA.

Quattro giorni a Cartagena e dintorni ed è ora di andare in cerca di altro, a Santa Marta non sappiamo esattamente cosa troveremo, ma, una volta là, ci penseremo, per gli ultimi giorni in compagnia di Savino.

Ancora un bus, ne abbiamo vissuti parecchi in questi giorni, il primo ci ha intrattenuti per ben diciassette ore, tre in più del previsto, un ritardo derivato da un ingorgo le cui cause hanno del surreale.

A notte fonda, sulle montagne che dividono la regione centrale della Colombia dalla pianura che ha al suo estremo settentrionale Cartagena de Las indias, una strada tortuosa e densa di saliscendi è destinata al traffico di mezzi pesanti che,  arrancando a fatica, viaggiano a velocità ridottissima, rallentando chi li segue.

Come se questo non bastasse, succede spesso che la nebbia e l’umidità rendano il fondo stradale sdrucciolevole oltre il limite tollerabile per i mezzi più pesanti e non attrezzati in maniera adeguata. Quando questi non riescono più a salire si fermano, si creano imbottigliamenti perché alcuni mezzi tentano sorpassi impossibili, l’intera carreggiata viene ostruita da questi enormi camion e non rimane altro che aspettare che il manto di asfalto si asciughi per poter ripartire.

Ci dicono che si tratta di un problema ricorrente, loro ci sono abituati a differenza di noi che invece smadonniamo un po’ prima di arrenderci all’inevitabile attesa e conseguente ritardo.

Cartagena è una città con un centro storico di grande fascino, coloniale, fondata dagli spagnoli negli anni successivi alla scoperta e colonizzazione dell’America Latina, sede di un tribunale dell’Inquisizione e porto dedito al trasporto degli schiavi neri dall’Africa.

La sua versione notturna presenta una illuminazione di notevole effetto, arricchito dalle luci natalizie che tanto mi ricordano le “luci d’artista” di Torino, milioni di piccole lampadine colorate a disegnare forme di barche o comete; il passeggio serale degli abitanti e dei turisti, l’eleganza dei locali rendono questa parte della città assai piacevole da vivere, non solo da visitare.

Noi siamo arrivati fin qui anche per il mare e un po’di tranquilla e rilassante vita da spiaggia, Savino viene da tre settimane in Costarica in cui ha preso acqua ogni giorno, a Playa Blanca troviamo il caldo e il sole che cercavamo, una lunga spiaggia di sabbia bianca frequentata nelle ore centrali della giornata da locali e da turisti che ancor prima che il sole cali nel Mar dei Caraibi lasciano padroni della località, piuttosto fuori mano, i pochi che vi restano per dormire, in strutture spartane, dove la doccia te la devi fare gettandoti sul corpo con piccoli secchietti l’acqua, fredda,  che ti viene messa a disposizione, in quantità razionata.

Qui l’incubo sono le massaggiatrici, una vera e propria persecuzione.

Una processione continua di donne di bruttezza fuori del comune percorre la spiaggia da mattina a sera, aggressive, non si accontentano del primo no, insistono, provano a forzarti ad accettare la loro offerta spalmandoti un po’di crema sui piedi, la parte del tuo corpo più vicina a loro, devi essere duro e anche scortese se te ne vuoi liberare, lo sono stato al punto che al secondo giorno la mia avversione nei loro confronti era ben nota ed iniziavo ad essere lasciato in pace.

Trenta gradi, temperatura dell’acqua tanto gradevole da rendere facile immergercisi, disturbato solamente da sciami di moto d’acqua, assurdamente libere di prendersi ogni spazio, a distanze minime dal bagnasciuga, un comportamento dettato da puro, fastidioso e pericoloso esibizionismo.

Quattro ore di viaggio ed arrivi in albergo con Savino che, folgorato dalle seducenti massaggiatrici di Playa Blanca e dai loro My Amor e Amor de mi vida, dedicatigli a piene mani,  ti tormenta con il ritornello della struggente Ciao Amore Ciao di Luigi Tenco: l’ultimo incubo della giornata.

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14 dicembre. MEDELLIN.

Bogotà e Medellin ci hanno ospitati in questi primi giorni colombiani, quasi soffocati nella loro vastità, milioni di persone, migliaia di auto, noi a vagarci a piedi, in bus, in taxi, in metropolitana, quando hai capito come ti puoi muovere in realtà eterogenee è già il momento di andare oltre e ricominciare ad imparare.

È arrivato Savino a tenermi d’occhio per evitare che combini qualche altro guaio, con lui abbiamo dedicato due giornate alla capitale Bogotà, una dozzina di milioni di abitanti, circa 2600 metri di altitudine, calda di giorno, freddina di notte, un centro storico denso di musei, ai due più importanti dei quali abbiamo dedicato buona parte della nostra domenica bogotana.

Se il Museo dell’oro, che raccoglie reperti storici legati alla storia del prezioso metallo di cui le popolazioni indigene furono prima custodi e poi depredate, ha catturato la nostra attenzione, è stato il Museo Botero a riscuotere il maggior successo.

Fernando Botero, artista colombiano, ha raggiunto la fama a livello planetario con quadri e sculture la cui caratteristica è la rappresentazione di personaggi dalle forme abbondanti. L’attaccamento di Botero al suo Paese e al suo popolo lo ha indotto a donare al museo che porta il suo nome parte delle sue opere nonchè opere di altri artisti, quali Picasso, Dalì, Klimt.

A maggior merito dell’artista l’accesso alla 

struttura è totalmente gratuito e non vi sono limitazioni alle riprese fotografiche: cose dell’altro mondo!

A Bogotà i primi contatti con la cucina colombiana, caratterizzata da piatti unici, composti di ingredienti semplici, riso, fagioli, insalata, carni, senza elaborazioni particolari volte ad appagare l’occhio più del gusto.

Non è difficile adattarcisi, se non per le quantità, al di sopra delle abitudini italiane (forse sarebbe più corretto dire del nord dell’Italia), e per gli orari dei ristoranti.

È diffusa la loro collocazione all’interno dei troppi centri commerciali, con relativi orari di chiusura. Di conseguenza alle nove e mezza di sera, affamati e stanchi per la lunga giornata di trasferimento da Bogotà a Medellin, ci ritroviamo ad essere respinti con fermezza all’entrata dei ristoranti dove proviamo ad entrare speranzosi. Naturalmente la regola dell’orario non vale per i McDonald’s che occhieggiano tentatori, un locale argentino ci salva dall’andare a letto senza cena, cionostante la sera successiva rifacciamo lo stesso errore, stavolta è un Hard Rock cafè a saziarci.

Di errore in errore, rimandiamo fino all’ultimo l’acquisto del biglietto aereo da Medellin a Cartagena, quando ci muoviamo è ormai tardi, tocca ripiegare su un autobus, seicentocinquanta chilometri.

Quindi, è pomeriggio, tra poco ci avvieremo alla stazione: la notte in viaggio ci attende, la consolazione è che, ad attenderci, domattina, ci saranno anche le spiagge dei Caraibi.

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9 dicembre. BOGOTA

L’ultima volta che fui in sudAmerica, era il 2013, persi la macchina fotografica dopo pochi giorni di viaggio in Argentina; in Colombia, ieri, ho provato a fare di meglio.

Il viaggio era stato tranquillo, altrettanto l’impatto con l’aeroporto di Bogotà, formalità di frontiera ridotte al minimo quindi veloci, nulla a che fare con le procedure urticanti di certi Paesi “sviluppati”, per andare tranquillamente in albergo prendo un taxi e in una ventina di minuti giungo a destinazione. Ora penso che se avessi preso un bus la serata avrebbe preso tutta un’altra piega.

Infatti non faccio in tempo ad entrare nella casa-hotel dove vorrei fiondarmi a letto che mi si gela il sangue: lo zainetto è rimasto sul sedile del taxi!

Invano usciamo in strada, il taxi si è ormai dileguato con lo zainetto e il suo prezioso contenuto: parte del denaro in contanti, il tablet, il lettore mp3, vari caricabatterie, due paia di occhiali, una chiavetta usb, infine la immancabile macchina fotografica.

Insomma, un bel guaio.

Che fare?

Il padrone di casa e il custode si prodigano, arriva la polizia, occorrerebbe rintracciare il taxi, ma in una città dove mi dicono esserci migliaia e migliaia di taxi come puoi trovare il tuo, che hai preso in coda appena fuori l’aeroporto?

Quando mi dicono che solo un miracolo può farmi recuperare le mie cose vedo nero e penso sia ora di riflettere sull’opportunità di cambiar vita, darmi alle bocce piuttosto che a girare per il mondo seminando macchine fotografiche.

Poi al custode viene un’idea: perché non provare a tornare sul luogo dove è iniziato tutto, la coda dei taxi in aeroporto, sperando di trovare il taxista o che qualcuno lo conosca tra i suoi colleghi?

Così chiamano un taxi, un ragazzo giovane e sveglio ci accompagna in aeroporto, si scopre subito che esiste una telecamera di sicurezza che riprende esattamente il luogo dove sono stato caricato dal taxista e che le attività dei vari tassisti sono coordinati da una società i cui addetti si trovano in loco.

Con l’aiuto indispensabile di una poliziotta in servizio chiediamo di verificare il filmato e, nel giro di qualche decina di minuti si scopre qual è il numero del taxi che mi ha caricato.

Passi avanti, però manca l’ultimo pezzo: recuperare il malloppo.

Gli addetti della società che gestisce i taxi sostengono che il tassista non è reperibile ma, adeguatamente sollecitati dalla polizia, assicurano che la mattina successiva saranno certamente in grado di parlare con la persona in questione invitandoci a ritornare.

Ci avviamo sulla strada del ritorno ma non facciamo in tempo ad arrivare a destinazione che suona il telefono e ci viene comunicata la lieta notizia: lo zainetto è stato ritrovato con tutto integro il suo contenuto, il miracolo si è compiuto, il viaggio può proseguire.

Sono passate sei ore, le prime in Colombia: non le avevo immaginate così.

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8 dicembre. MADRID.

Vamos!

Aspettando l’imbarco per Bogotà, Colombia, la lunga giornata si consuma in aeroporto, prima a Milano Malpensa, ora a Madrid, un brulicare di gente annoiata che va verso mete più o meno lontane, alla ricerca di divertimento, verso famiglie in attesa, in trasferta per lavoro, ognuno immerso nel proprio mondo, passaporto e carta d’imbarco alla mano, ci si ingegna a passare infinite ore tra telefonate e chat utilizzando quelle diavolerie elettroniche che ormai hanno confinato i vecchi giornali e libri ad essere strumento di una sparuta minoranza di vecchi nostalgici.

Dieci ore di aereo e sarò in sudAmerica, tra le Ande e l’oceano Pacifico, calde spiagge caraibiche a fare da contraltare a gelidi altopiani andini, il tormento della preparazione dello zaino, immenso, a contenere costume da bagno e piumino, ciabatte da mare e scarpe da montagna, il dubbio inquietante che, una volta aperto, non riesca più a richiuderlo.

È il momento di andare. Aldilà dell’oceano la Colombia.

Vamos!

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22 Agosto. POIRINO

E’ finita al quarto giorno la mia Via Francigena.

E’ finita ai piedi delle prime asperità, con l’Appenino da attraversare, i 1.229 metri di altezza del Passo della Cisa mi sono parsi una montagna impossibile da scalare e i successivi saliscendi toscani troppo impegnativi se già faticavo a superare i cavalcavia della pianura emiliana.

E’ finita ingloriosamente su un treno regionale veloce per Milano, un altro per Torino, un’ ultima pedalata dando fondo alle residue energie di giornata per arrivare a Poirino quando ormai le ombre del tramonto lasciavano spazio al buio della notte.

E’ finita in maniera diversa da ogni altra avventura ciclistica precedente: un traguardo non raggiunto, una sconfitta.

E’ finita con un mesto congedo da Daniela, Giusi e Matteo, abbandonati  a proseguire la loro Via Francigena verso Roma;  ancora circa seicento chilometri  di strade e sentieri e saranno accolti in Piazza S.Pietro. Ma questa è una storia che non riguarda più me.

Buona Via!

 

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21 Agosto. PIACENZA.

Anche se ti reputi una persona assai pacifica, ci sono momenti in cui fatichi a reprimere pulsioni omicide che ti assalgono in maniera improvvisa a seguito di accadimenti specialmente fastidiosi.

  

Uno di questi momenti si è manifestato stamane all’alba, teatro la stanza condivisa con Matteo, l’oggetto della pulsione omicida lo stesso Matteo, uno dei compagni di questa avventura ciclistica.

Ore 6,15. Rumori molesti a disturbare il sonno. Apri gli occhi, la luce dell’alba rischiara la stanza, ti rivolgi a Matteo che vedi in piedi ad armeggiare sulle borse che fanno da bagaglio chiedendogli che ore siano.

“Le 6,15. Dormi pure!”. Esegui volentieri, rimetti la testa sul cuscino e provi a dormire. A questo punto quell’essere malefico che fa? Si mette a trafficare con tutte, ma proprio tutti, i fottutissimi sacchetti di plastica in cui ha sistemato mutande, calzini, magliette, pantaloni e ogni cosa possa uscire fuori dal bagaglio. Cosa ci debba fare non si sa, ma credo che tutti abbiano ben presente il fruscio dei sacchetti di plastica quando vengono maneggiati, gli ultimi sacchetti di plastica rimasti sulla faccia della terra sono tutti nelle mani di Matteo e lui perfidamente li usa come sveglia odiosa.

Forse se avessi una scimitarra a portata di mano, lo scanneresti su due piedi; non hai neppure un coltello e neppure una lupara cosicché Matteo la scampa e tu scendi dal letto, assonnato, e ti appresti ad affrontare da incazzato una nuova, lunga giornata in bicicletta.

Una ottantina di chilometri da Pavia a Piacenza, prima strade bianche tra filari di pioppi, poi l’argine alto che fiancheggia il Po, il sole e la voce squillante del solito Matteo a fare da filo conduttore, spaghetti ai frutti di mare e birra nell’unico ristorante incontrato nel raggio di chilometri per un pasto tutt’altro che frugale.

Non si trova nulla dello spirito del Camino de Santiago, qui sulla Via Francigena.

Pellegrini pochissimi, atmosfera inesistente, ospitalità scarsa e a prezzi esorbitanti, il menù del pellegrino è una chimera così come gli ostelli a 5-7 euri, la carta di credito è strumento abituale per pagare vitto e alloggio, l’indifferenza nei confronti dei pellegrini è pressoché totale.

Non accade niente di significativo qui, ma la stanchezza e la prospettiva di cosa ti aspetta l’indomani ti portano ad accettare di buon grado la vita monastica che alle dieci o poco più ti riporta a casa, Casa Papa Giovanni XXIII, con nessun altra compagnia che le stelle che ti guardano da lassù, pietose.